ABCLEX

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La Formazione è un'emozione

domenica 9 ottobre 2011

Siamo praticanti o caporali? parte quarta

Riprendo, dopo una lunga pausa, a tirare fuori dalla spazzatura le piccole, grandi storie che descrivono il rapporto tra praticanti e avvocati.
C'è un capitolo nuovo da inaugurare e mi sa che è il capitolo che tutti, più o meno frequentemente, abbiamo vissuto.

E' COLPA TUA!
In generale, ammettere di avere sbagliato è difficile. Sembra però che, per gli avvocati, sia proprio impossibile.
Come capitava al mitico Fonzie di Happy Days, che non riusciva neppure a pronunciare le parole "mi dispiace", così per molti avvocati è inammissibile ammettere di avere sbagliato.
Solo che, a volte, molte volte, gli errori vengono fatti ed allora il gioco è semplice: chi è il "soggetto" più vicino all'avvocato che deve solo subire e non può permettersi di replicare ad ogni sua farneticazione?
Esatto!!!
Ricordo quest'avvocato che, in udienza, venne ripreso dal Giudice perchè la sua istanza era palesemente errata, in quanto applicava una norma abrogata da almeno dieci anni.
L'avvocato non poteva certo tollerare questa umiliazione e, allora, chiamò in prima fila, nel banco del difensore, la propria praticante e, davanti ad un'aula piena, iniziò ad inveire contro la poveretta che, colmo dei colmi, neppure aveva mai visto quell'atto!
"Siete tutti uguali! Ignoranti e pretendete di diventare avvocati. Ci vuole ben altro che una faccia carina, gli atti bisogna leggerli e rileggerli. Sig. Giudice, le chiedo scusa anche a nome di questa ignorante"
Voi capirete bene che la ragazza, che corse fuori dall'aula in lacrime, non prese bene neppure il successivo discorso riparatore del capostudio.
"Scusa se ti ho dovuto dare una colpa che non avevi, capisci bene che non posso compromettere la mia fama per un errore simile. Tanto tu hai un sacco di tempo davanti per rimediare a questa figuraccia.
Oggi, comunque, per premio puoi arrivare in studio un'ora dopo".
La ragazza, con un moto di orgoglio, in studio non ci passò più e oggi, a distanza di tanti anni, è felicemente impiegata in un'assicurazione. Resta il dubbio, stile sliding doors, di che cosa sarebbe successo alla sua vita se non avesse avuto la sventura di finire in studio con un imbecille.

La frase che da il titolo a questo capitolo è, in effetti molto abusata soprattutto per quanto riguarda la redazione degli atti e, a questo punto, bisogna intendersi.
Si suppone che un praticante non sappia da subito redigere gli atti ma debba fare pratica proprio per imparare, piano piano, a scriverli bene.
C'è un capo studio, invece, che di suo non sa fare granchè e pretende che i propri praticanti, si circorda infatti di decine di sottoposti, siano in grado, da subito, di sfornare atti, anche difficili.
Il problema è dopo, in quanto il capo studio non è minimamente in grado di correggerli.
Allora non può fare altro che prenderli per buoni e, al momento del dunque, davanti al collega, al cliente o in udienza, si salva sempre in questo modo: se l'atto è corretto, è merito suo. Se l'atto presenta qualche errore, tanto più grossolano, il demerito è "di quel cretino che mi porto dietro ma, sai, è un caso umano, me lo hanno raccomandato ma proprio non è capace di fare l'avvocato".

C'è stata però una volta in cui la frase "è colpa tua" sarebbe stata realmente appropriata ma non è stata proferita.
C'era infatti un amico collega, all'epoca praticante, che aveva un suo feticismo: nelle notti in cui aveva, come dire, alzato il gomito, tornava in studio e, indossata la toga del capo studio, adorava avere rapporti sessuali, ovviamente con la propria storica fidanzata, mica con altre ragazze...
Il problema capitò quando, una notte, la passione amorosa lasciò un vistoso segno sulla toga, non percepito nella immediatezza ma subito riscontrato la mattina dopo in udienza, quando l'integerrimo capo studio, indossata la toga del peccato, si immergeva, davanti ad un Tribunale annoiato, nella sua immancabile prosopopea.
L'imbarazzo fu solo dei pochi che si accorsero della nitida patacca sulla toga ma l'avvocato, che volava troppo alto per simili mortali faccende, non riuscì mai a ricollegare nè la natura della macchia nè la sua paternità.


Se ci fossero state indagini stile Perugia, la avrebbero sicuramente attribuita a qualche sfigato extracomunitario piuttosto che al praticante di nobili discendenze, ma queste sono altre storie...

SEX

Per una volta, il settore sex non evoca soprusi o molestie insopportabili ma un ben più accettabile "do ut des".
La storia, però, parte da lontano, quando una avvenente studentessa, nel corso di una pizzata al termine di un ciclo di lezioni universitarie, riusciva a concupire il proprio professore.
Segue il più classico trenta e lode e, in rapida sequenza, tesi di laurea, laurea e nomina ad assistente di quella materia.
Visto che il professorone era anche avvocato, il rapporto diventa più solido e la ragazza si trasforma nella sua praticante.
Tutto sembra filare secondo copione: la ragazza diventa, di fatto, la capo studio ed ha uno stipendio che, anche oggi, farebbe gola: 4.000.000 di lire al mese per seguire tutte le necessità dello studio, e del capostudio.
Il canovaccio sembra scorrere per il verso giusto anche quando il matrimonio del Professore viene ovviamente sciusciato (chi avrà fatto le telefonate anonime alla moglie?).
Il passo successivo, che nella realtà sarebbe dovuto essere un nuovo matrimonio dopo il divorzio, diventa però impervio e, come dice il proverbio, chi la fa l'aspetti.
Il professore si invaghisce di una nuova, e più giovane, fanciulla e, rapidamente, convola a nuove nozze con questa e non già con la sua Geisha.
La nuova moglie, però, sa troppe cose ed al neo maritino pone un piccolo vincolo: da ora in poi, nel tuo studio solo maschietti, e anche brutti!
Non mi intendo di diritto del lavoro e non so se si tratti di una giusta causa; fatto sta che, dall'oggi al domani, la studentessa-assistente-praticante-amante-moglie in pectore si trovò in mezzo alla strada.
Niente paura però: giusto il tempo di riposarsi un attimo, la - un po' meno - avvenente ragazza riuscì a finire nel letto di colui che stava predisponendo il bando per la assunzione di legali in un importante comune ed è oggi tranquillamente sistemata in quell'ente pubblico.
E vabbè...
Avv. Alberto Filippini
Responsabile AbcMediazione

domenica 19 giugno 2011

ABC - Apertura Buste Candidati

C' è un corridoio, in quel grande formicaio del Tribunale, nel quale i giorni e i mesi scorrono silenziosamente lenti.
In effetti, non vi è praticamente anima viva e l'effetto lugubre è accentuato da un tappeto rosso terribilmente kitsch e da una lunga serie di quadri raffiguranti persone che, con uno  sguardo austero, sembrano voler convincere il passante più distratto di essere state importanti prima di morire come tutti gli altri.
Confesso di non avere la minima idea di quali attività si svolgano, durante l'anno, in questo corridoio, al di là della esistenza di un utilissimo bagno per le più drammatiche emergenze fisiologiche, almeno non devastato quotidianamente da testimoni "imbarazzati" cinque minuti prima di deporre, o tossici che, tra un capo di imputazione e l'altro, si rinfrancano con la dose giornaliera.
Emergenze fisiologiche od anche di altro tipo, come quel collega avvocato che vi si rintanava per frequenti liaison con una cancelliera...

Ebbene, come per magia, vi è un giorno all'anno in cui tutto questo silenzio viene violato dalla massima confusione,  che trasforma la severità del luogo in un girone dantesco.
Quest'anno, la magia avverrà il giorno 21 giugno 2012, data nella quale, in un'aula di quel corridoio, verranno aperte le buste dei compiti degli esami di avvocato.
I commissari, riuniti in adunanza formalmente plenaria, inizieranno ad aprire, una per una, le buste.
Il Presidente, con voce impostata per il ruolo, leggerà il nome del candidato e vi associerà le votazioni dei tre compiti.
Il cancelliere, con piglio notarile, vergherà sul grande librone l'esito e scriverà affianco il destino del malcapitato: Ammesso o Non Ammesso.

Ma, al di là di quanto accade nel segreto della stanza, in relazione al quale parlo per sentito dire non avendo mai avuto l'onore di esservi ammesso, la vera babele incomincia dalle nove del mattino fuori  dall'aula.
Corpi sfatti dalla tensione, candidati che iniziano a pattugliare la zona come neanche la Nato in Libia, persone che si portano un bicchiere da casa da appoggiare alla porta per sentire meglio, amici dei meno forti di cuore che si aggirano per gli anditi chiedendo a tutti: "si sa qualcosa?"
Attendere lì davanti l'esito degli esami è uno stillicidio di emozioni, una inutile prova della resistenza delle proprie coronarie.
Si alternano voci vere con falsi proclami, oltre a tristi omonimie che fanno gioire e capitolare le persone sbagliate.
C'è anche una simpatica collega che, dopo non avere passato l'esame per diversi anni, attende questo momento per rimanere lì tutto il giorno, sperando di sentire il nome di qualche conoscente che non ha passato l'esame, al fine di poter essere la prima a dargli la cattiva notizia.


Ma se magia deve essere, che magia sia!!!
Non è solo il luogo a prendere vita ma vi è anche un'altra figura, normalmente grigia e sottostimata, che diventa, in quel medesimo giorno, oggetto di sorrisi, ammiccamenti e chissà quali altre attenzioni.
Ad un certo punto, infatti, più volte al giorno, si apre la porta dello stanzone misterioso ed esce lui:
IL CANCELLIERE!!!
E' lui che ha il potere di aprire e controllare, nel grande librone, i nominativi che gli vengono richiesti.
Appena esce, il rituale diventa il seguente:
Orde di candidati lo circondano e lui che cerca fintamente di farsi largo, come fosse atteso al Quirinale.
"La prego, controlli se c'è il mio cognome, se ho passato l'esame".
"No, controlli prima me, io sono il cugino del didino di suo nipote!"
"Ma no, ragazzi, non posso proprio farlo, il Presidente ha detto di no, che nessuno può dare informazioni"
Seguono i citati sorrisi, le moine e le profferte; alla fine di questo gioco annuale, il cancelliere rientra dentro con una lista di nomi, scritti su fogli, foglietti e biglietti della metro.
Quando esce di nuovo, IL GIOCO SI FA DURO: lui ha lo sguardo serio, che non lascia trasparire niente, manco fosse un concorrente del gioco dei pacchi.
Se individua il nome di uno che ha passato l'esame, si profonde in un sorriso e lo gratifica di un: "Complimenti!". Altrimenti, la consegna del bigliettino con l'esito infausto è silenziosa e lo sguardo, impotente, è di chi ha fatto tutto quanto in suo potere per fare il miracolo.
A queste comunicazioni seguono scene di giubilo o drammi autentici, amici e colleghi che festeggiano o consolano il malcapitato, ed ognuno che fa opposte considerazioni, a seconda dell'esito:
"Beh, se l'ha passato lui ho delle possibilità anche io"; Oppure, al contrario, "Oh no, se non l'ha passato lui io non ho proprio speranze..."
Queste scene si susseguono per ore e ore, fino a sera a volte.
Se la mia busta è tra le prime, infatti, il mio esito sarà trascritto e conoscibile già da metà mattina; al contrario, se sono tra gli ultimi, potrei veramente dover affrontare sette od otto ore di roulette russa.
Il mio consiglio è sempre stato quello di starsene a casa, lontani da quella bolgia ed anche dal Tribunale. La mattina del giorno successivo o, a volte, la stessa sera tarda, tutti sono messi in condizione di conoscere l'esito collegandosi ad internet.
Quanto a me, come sempre è avvenuto in questi anni, passerò ore di tensione, perchè in attesa di esito vi sono non solo numeri di soggetti che hanno frequentato un corso ma persone che hanno un nome, amici che hanno ognuno una propria storia, emozioni ed un sogno che spesso, molto spesso, mi onorano di condividere.
Un grosso abbraccio e i migliori auguri a tutti, vi devo molto.

Avv. Alberto Filippini
Responsabile ABCMediazione

venerdì 10 giugno 2011

Dotti, Medici e Sapienti

Ho un amico di infanzia al quale, con tutti i suoi difetti, sono molto legato.
E' un libero professionista ma, pur amando da impazzire la sua professione, è sufficientemente disincantato per vederne le magagne, le illogicità, i punti di crisi.
Essendo cresciuto, come me peraltro, a pane e Sex Pistols, è riuscito a mantenere un non so che di anarchico in quello che fa, pur essendo comunque parte del sistema. 
Gli viene riconosciuta una certa bravura nel suo mestiere ed avrebbe potuto benissimo omologarsi e campare, più che bene, dei proventi della sua attività.

Invece, si è messo in testa di percorrere strade nuove, esplorare, vivere successi ed insuccessi come parte ineliminabile della vita ma sempre fuori dalla righe che altri hanno tracciato.
Adesso, per esempio, è da un anno che sta faticando dietro a un nuovo settore della sua professione. 
Ha sbattuto il muso contro la burocrazia, ha investito soldi, risorse fisiche e mentali, si è incaponito di fronte agli iniziali rifiuti, alle prese in giro, alle concussioni subite.
Finalmente, la settimana scorsa è riuscito ad ottenere la abilitazione che stava inseguendo da dodici lunghi mesi.
Tanto il fatto è comunque innovativo, che il giornale locale lo ha intervistato ed ha pubblicato un articolo sulla sua sudata conquista.
Mi ha chiesto cosa ne pensassi della sua nuova iniziativa ed io, da profano della materia, sentivo di non avere adeguati strumenti per rispondergli.
E' vero, tantissimi amici e conoscenti lo hanno chiamato e si sono congratulati con lui.
Avere persone che ti vogliono bene è importante ma il loro parere, i loro incoraggiamenti possono essere a volte fuorvianti, proprio perchè dipendono dalla benevolenza con la quale
gli amici ti guardano. I molti complimenti, pertanto, non erano a mio avviso
ancora indicativi della bontà della iniziativa.
Oggi, invece, il mio amico mi ha incontrato e mi ha detto che il suo Consiglio dell'Ordine ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti, proprio in ragione di questa nuova attività e della intervista sul giornale.
Senza spiegare quale sia stata la violazione commessa, gli è stato dato un termine per discolparsi.
 
In un lampo, tutto si è fatto chiaro nella mia mente e, come all'esito di una controprova matematica, ho capito tutto. Ho guardato il mio amico, l'ho abbracciato e, con un sorriso, gli ho fatto capire che aveva intrapreso la strada giusta.  


Al congresso sono tanti, dotti, medici e sapienti, 
per parlare, giudicare, valutare e provvedere,
e trovare dei rimedi, per il giovane in questione.
Questo giovane malato, so io come va curato
ha già troppo contagiato, deve essere isolato




Avv. Alberto Filippini
Responsabile ABCMediazione

lunedì 23 maggio 2011

Siamo praticanti o caporali? parte terza

Non mi sembra vero: più metto nero su bianco aneddoti sul rapporto tra praticanti e avvocati, più me ne tornano alla mente.
Episodi magari datati che, però, a quanto sento, mantengono inalterata la loro freschezza ed attualità.

RISPETTO (TER)

L'avvocato  che accoglie in studio il praticante assume un ruolo fondamentale, direi decisivo, nel futuro rapporto che il giovane laureato avrà con la professione.
All'avvocato, infatti, spetta il compito di alimentare la fiamma di passione verso il mondo forense.
Ci sono però casi, temo numerosi, nei quali la fiammella dell'avvocato è servita invece a fare terra bruciata di anni e anni di studi universitari e di sogni coltivati.
Un primo passo nella giusta direzione è sicuramente quello di fidarsi del proprio collaboratore.
Sembra banale ma il praticante, per rendere al meglio, dovrebbe conoscere tutto dello studio, agire nella medesima lunghezza d'onda dell'avvocato e diventare il suo alter ego.
Certo, partono nella direzione opposta quegli avvocati che si rifiutano di dare una copia delle chiavi dello studio al praticante "Sai, non ti conosco bene e preferisco non fidarmi", oppure (ancora più triste) "sono chiavi particolari ed il doppione costa molto".
Il risultato conseguito è che il praticante, generalmente puntuale, si trova ogni mattina a piantonare il marciapiede davanti allo studio, mentre il suo capo è ancora fermo da qualche parte a sacramentare, con i suoi pari, per le cause che non ha visto mai e recriminare sulla professione che non è più come una volta.
Ma è ancora più mortificante quando il pattugliamento termina non già per l'inaspettato arrivo puntuale del capo studio quanto, piuttosto, per il sopraggiungere della segretaria (lei sì che ha le chiavi!) che, con un mezzo sorriso, si prende beffa di te e ti chiede "Stavi aspettando da molto?"  
Ma il risultato è ancora peggiore se, al teorema "Porte chiuse", segue il corollario "schedari chiusi".
Eh già! C'è infatti chi è fermamente convinto che il praticante non debba avere libero accesso ai fascicoli ("che si crei il suo schedario!!!"), in nome di un non meglio precisato concetto di privacy; concetto al quale tutti facciamo improprio riferimento quando non vogliamo dire qualcosa, salvo poi sbattere i fascicoli per terra, sui tavoli, con nomi, cognomi, numeri di telefono e preferenze sessuali belle in vista.
A questo punto, se nel fare la pratica non posso avere accesso all'ufficio dove lavoro, non posso dare un'occhiata agli atti per imparare, non posso ricevere i clienti con il capo studio, non posso fare una telefonata, mi spieghi qualcuno quale diventa l'unico ruolo del praticante.
Ma la risposta la si vede ogni mattina in Tribunale.

ADEMPIMENTI (BIS)
SOTTOCAPITOLO - ANIMALI

Tutti, chi più chi meno, amiamo gli animali.
Per quanto mi sia, però, sforzato di cercare, nel codice deontologico non è previsto che, tra i compiti del praticante, vi sia anche quello di venerare l'animale del capo studio.
Ecco dunque che l'animale, spesso il cane, diventa non solo un animale da accarezzare ogni tanto quanto il vero e proprio dominus del praticante. 
In primo luogo, la presenza dell'animale in studio non si limita ad una piccola cuccia ma l'intero studio diventa spesso territorio di deambulazione e svago del cane.

Ovviamente, se si tratta di ricevere clienti, il cane va in stanza con il praticante ma, giammai, per terra bensì sulla sedia dell'inferiore, con quest'ultimo che funge da palo o, come è capitato, accucciato - lui sì -nella sedia metallica colorata da bar di paese, ultimo residuo di un inglorioso passato del capo studio. 
Ma attenzione! E' fisiologico che, ad una cert'ora, scappi il bisognino.
E chi deve uscire, vento, pioggia o gelo, ad accompagnare Bobi?
Un caffè pagato a chi azzecca la risposta...
Però, questa è la raccomandazione, "non portarlo nella piazzetta qui vicino, dove ci sono due cagnacci che ogni volta me lo innervosiscono" 

Magari è più contento il giovane praticante il cui compito è quello di nutrire la voliera opportunamente piazzata in studio. Soprattutto ad agosto, dover frequentare lo studio con questo delicatissimo adempimento fa venire in mente tutte le giornate perse a studiare la differenza tra dolo diretto ed eventuale, con in testa i grandi processi e la gloria riservata a cause migliori e non invece al miglio dei piccioni.
Ma la beffa più grande la ha sicuramente subita quel collega al quale, da praticante, venne chiesto di stare in studio nella prima quindicina d'agosto.
Beh, qualcuno giustamente dirà che è normale che, in una turnazione, il capo studio si riservi il periodo di ferie migliori; fin qui ci può stare.
Questo è, però, il dialogo che è seguito, diciamo il 10 di agosto:
(driiin) "Ciao Tizio (il praticante), io sono appena arrivato a Torre delle Stelle ma è successo un problema per un processo penale. Non te ne posso parlare al telefono, non è che potresti venire da me questo pomeriggio? Così ti spiego."
"Ma certo avvocato Caio, sarò da lei verso le sei, grazie per rendermi partecipe, a dopo"
Quale tumulto di emozioni nella mente di Tizio nel percorso Cagliari-Torre delle Stelle! "Finalmente ha capito che si può fidare di me, soprattutto adesso che mi sono svenato per richiedere il patrocinio!"
Ore 18 - Torre delle Stelle, il capo a casa sua non si vede, è ancora al mare, e la cameriera filippina non fa entrare il praticante in casa.
Ore 19 - compare la moglie e, mezzora dopo, emerge dalle acque il famoso Avvocato Caio.
"Grazie per essere venuto, ti volevo dire che ho dimenticato il fascicolo del processo XXY sul tavolo della segreteria e non mi va che, se vengono quelli delle pulizie, lo possano vedere"
Non occorre essere indovini per intuire il mesto disprezzo che ha pervaso il praticante nel rispondere "Certo avvocato, lo farò appena rientro"
Ma il peggio, ahimè, deve ancora arrivare...
"Senti" - aggiunge Caio - "visto che sei qui ne approfitto per chiederti un'altra grossa cortesia. Abbiamo dimenticato a casa di azionare il meccanismo per il mangime dei pesci dell'acquario.
Non è che, se ti lascio le chiavi di casa, passi domani ad azionarlo? Anche nel pomeriggio ma non più tardi. Quando arrivi mi puoi chiamare, così ti spiego come fare".
Il viaggio di ritorno non è stato certo ricco di entusiasmo ma, se non altro, pensa il praticante, "si è fidato di me e mi ha addirittura dato le chiavi di casa sua". (N.d.R. L'iniziale ottimismo del praticante è ormai una categoria filosofica)
Il giorno dopo, però, dopo avere provato tre volte a rintracciare il capo studio, finalmente quest'ultimo risponde e gli spiega come azionare il mitico meccanismo ma - al peggio non c'è mai fondo - aggiunge:

"Piuttosto, adesso che dai da mangiare ai pesci e chiudi la casa, dovresti ripassare qui a portare le chiavi. Non è per sfiducia, credimi, però mia moglie preferisce averle qui subito, se no poi ci passo io, capiscimi"
Questa volta, però, la tratta per Torre delle Stelle è stata almeno rallegrata dal pensiero che - dal giorno dopo - il praticante avrebbe iniziato le sue vacanze e a settembre avrebbe cercato un altro avvocato.
Che se lo divorassero i pesci lo studio di quell'infame...

SEX (BIS)

C'è un simpatico avvocato, uomo pio e di solidi valori morali, che ha una bellissima libreria in studio, ricca di volumi preziosi.
E' un avvocato che sicuramente non ama tenere le cose per sè, altro che privacy!
"Quello che è mio è anche dei miei praticanti e voi potete consultare la mia libreria in qualsiasi momento. Ho anche predisposto una bella scaletta per poter prendere e consultare i volumi più in alto".
"Piuttosto, cara, potresti salire a prendermi quel grosso volume lì a sinistra?"
"Certo Avvocato, glielo prendo subito"
Uno, due, tre scalini e paff, in sardo si direbbe a manu prena, indovinate dove...
Quella è la prova del nove per le praticanti.
Altro che colloqui, altro che prove di scrittura o referenze varie.
Se ti tieni la mano nel popò avrai vita lunga nello studio.
Se ti giri, quantomeno per obiettare che non sono modi civili, beh, "non sai quale occasione ti perdi tesoro! Addio".

Facendo un rapido calcolo dei suoi anni di professione e del vortiginoso numero di praticanti donne che ha avuto, mi sento di dire che ha palpato più natiche lui di quante volte io, soggetto allergico, mi sia soffiato il naso...
Però il vero record è che nessuna abbia mai pensato di querelarlo o, quanto meno, che nessuna abbia mai avuto un fidanzato un po' irruento che gli abbia sfasciato muso, libreria e scaletta.
Il tutto a ritmo di un'Ave Maria rock, ovviamente...




E poi ci sarebbe da iniziare un nuovo capitolo, quello dedicato al "E' colpa tua!!!"...

Responsabile ABCmediazione
Avv. Alberto Filippini

mercoledì 11 maggio 2011

Siamo praticanti o caporali? parte seconda

Nello scrivere la parte seconda dei rapporti capo studio-praticante, mi sono venute alla mente alcune chicche che, imperiosamente, impongono di riaprire alcuni capitoli precedenti e, in particolare, il tema del

RISPETTO (BIS)

A tutti può capitare di dimenticare le cose da fare.
A chi non è capitato di tornare in studio, o a casa, e pensare "Cavolo, mi sono dimenticato questo o quell'adempimento".
Beh, tranne che per le urgenze, direi che si tratti di errori veniali.
Diverso è il discorso del capo studio che, recatosi presso un Tribunale neanche tanto vicino del circondario in compagnia del praticante, si dimentichi di quest'ultimo, manco fosse un pacchetto di sigarette, e lo abbandoni presso il citato Tribunale, tornandosene bellamente a Cagliari, ovviamente col cellulare spento.
Ma dai, dirà qualcuno, è una dimenticanza grave ma può capitare!
Non so, continuo a pensare che sia più che grave ma, soprattutto, ho la certezza che sia ancora più imperdonabile lasciare poi il praticante al proprio destino (leggi: corriera) una volta riacceso il telefono e verificate le settanta chiamate a vuoto dello schiavo.
"Scusa ma ho dei clienti in studio nel pomeriggio e non mi posso spostare, però quando torni ti restituisco i soldi della corriera"
O vogliamo tutti insieme ricordare quel giovane avvocato che amava farsi sistemare la toga dal proprio praticante, per i processi dal Giudice di Pace, come il chirurgo porge le spalle all'infermiera per farsi infilare il camice?
Certo mancava di rispetto quel praticante che, in assenza di "colui che tutto sa", si infilava nella sua camera, accendeva il pc e si metteva ad ascoltare a tutto volume dei cd, zampe sulla scrivania e sigaretta in bocca.
Gli devo comunque riconoscere la dote del sarcarsmo: rientrato all'improvviso il capo e invitato il praticante ad armare i propri bagagli e trasferirsi di studio, egli ebbe la prontezza di spirito di lamentarsi che, nella sua stanza, le casse del pc non fossero buone come quelle del capo studio... 

Il 12 giugno 2007, il giudice militare ha concesso a Priebke, 93enne, condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine, il permesso per uscire di prigione "per recarsi al lavoro", come praticante, presso lo studio del suo avvocato.
Io, sinceramente, non credo che quell'avvocato abbia mai osato mancargli di rispetto; si sa, il lupo perde il pelo...






ADEMPIMENTI

Altro tasto dolente.
Tutti, grandi e piccini, abbiamo i nostri adempimenti; quelli del praticante, se ci limitiamo al lato canonico, costituiscono più che altro una grande perdita di tempo ma sono comunque inevitabili e, sembra strano dirlo, sono in parte formativi.
Ciò, quanto meno sul piano caratteriale, visto che è da questo momento che si impara ad essere presi a calci in faccia più o meno da tutti, che si acquisisce la virtù della pazienza e si impara a contare fino a numeri di cui - fino a quel momento - si ignorava l'esistenza.
Si scivola invece nella patologia quando, tra gli adempimenti di studio, vengano ricomprese richieste completamente avulse dal contesto "pratica- insegnamento-avvocato".
Ad esempio, quale link può mai collegare la pratica forense con l'obbligo di andare a fare la spesa per il capo studio?
Mi spiega invece qualcuno perchè il praticante debba essere costretto a tenere a bada i bambini della capa, mentre lei se ne esce "sai ho un appuntamento fuori studio e la baby sitter mi prende troppo".

Altro adempimento curioso, che perlomeno qualifica il malcapitato per una occupazione estiva alternativa, è rappresentato dal chiamare in stanza - davanti ai clienti - il praticante, anche tre o quattro volte a sera, per prendere la "comanda":
"allora, di al barista che il mio caffè lo voglio ristretto, poi ci porti un cappuccino bianco ben caldo, un caffè al ginseng ed una cioccolata,
      ma non così zuccherata come l'altra volta" 




Pongo a tutti una domanda: secondo voi, di fronte a queste patologie, frutto di frustrazione forense e - a mio avviso - di instabilità mentale, il nostro Supremo Immaginifico ed Immarcescibile Ordine, quante volte ha preso posizione? Una, nessuna o centomila?

 SEX

Piccolo aperitivo del capitolo più amato dagli italiani e, dunque, anche dagli avvocati.
In realtà si mischia molto con il Rispetto e non riguarda direttamente il rapporto avvocato-praticante ma un episodio al quale il sottoscritto ha avuto modo di essere indiretto testimone.
Una assolata mattina di tanti, ma tanti, luglio fa, nell'entrare nella stanza dove si facevano le fotocopie, ebbi modo di incrociare un avvocato che, piuttosto fugacemente, si allontanava dalla stanza. 
Mi accorsi che non vi era più nessuno nella stanza, se non la giovane ragazza che, all'epoca, rivestiva il fondamentale ruolo di fotocopista.
La trovai piuttosto scossa e, vista la confidenza che avevamo, mi permisi di chiederle cosa fosse successo:

"Quel porco maledetto! visto che eravamo soli, mi ha preso la mano ed ha iniziato a vaneggiare su come gli sarebbe piaciuto farsi graffiare tutto, sulla schiena nuda. Quando gli ho detto di andarsene immediatamente e di non farsi vedere mai più, mi ha anche detto che lui era disposto a pagarmi, anche molto bene, per un servizietto completo".
Da quel giorno, ogni volta che incrocio negli anditi l'avvocato masochista, soprattutto oggi che, canuto e cadente, si trascina per il Tribunale, mi viene da pensare a quell'episodio ed a quante volte quella sua schiena ormai curva si sarà fatta scarnificare da qualche  prostituta che, mi auguro, gli abbia trasmesso qualche infezione. (sì lo so, non è un pensiero molto cristiano ma a me viene spontaneo) 

E poi c'è quell'altra storia...


Responsabile ABCmediazione
Avv. Alberto Filippini

   

martedì 3 maggio 2011

Siamo praticanti o caporali? parte prima

La vita del praticante è dura e credo che nessuno possa metterlo in dubbio.
In fondo, si tratta di costruirsi una professione ed una vita e si sa che nessuno ti regala niente.
Ma che la vita del praticante possa diventare ancora più pesante e infernale questo, molto spesso, lo si vorrebbe evitare.
Solo che, a volte, l'inferno in terra finisce per dipendere dai grandi capi, da coloro che, magari solo da qualche anno, hanno abbandonato file, fotocopie ed umiliazioni ed oggi  fanno invece ingresso nei tornelli del Palazzo con il piglio di Cesare che rientra a Roma dopo la conquista della Gallia.

La casistica dei rapporti tra praticante e capo studio è estremamente variegata e finisce, senza grandi sorprese, con il rappresentare tutte le gioie e le miserie dei rapporti umani.
In fondo, tutto dipende anche dal grado di educazione dei singoli e dalla volontà di rapportarsi con esseri umani piuttosto che con inferiori-superiori.
In questi anni di formazione, ho avuto modo di toccare con mano quanto sia ampia questa casistica e mi diverte l'idea di suddividerla in categorie che, per ragione di spazio (e di mia memoria...) tratterò in più occasioni.
Le prime tre categorie sono le grandi doti che il capo deve avere e trasmettere al praticante.

INSEGNAMENTO
Sull'insegnamento, in realtà, nessuno è o nasce scienziato ed è dunque importante che il capo studio si limiti a sforzarsi di trasmettere quanto è a sua conoscenza, senza riserve mentali o gelosie.
Certo, diverso è il discorso di quel capo studio che, nel ricordare al proprio praticante quanto quest'ultimo fosse meschinamente ignorante, lo esortava a rimanere tale, per evitare che le troppe elucubrazioni dottrinali lo distraessero dal vero obiettivo, rapinare i propri ed altrui clienti.
Ancora più curioso è il caso di quell'avvocato che non spiegava deliberatamente alla praticante come redigere gli atti, per evitare che quest'ultima potesse diventare più brava di lui e fargli fare brutta figura con i clienti.
Certo vi era ancor meno da imparare in quello studio dove, scientemente, si preferiva non abbonarsi alle riviste e si mandava il praticante a cercare di rubarle (rectius: sottrarle) presso gli enti pubblici dove erano date in visione. ("guarda che mi serve la numero 7 del 2009, non la numero 8, che abbiamo già (rubato)"
"Avvocato, e se mi chiedono di quale studio sono?" "Tu di che sei dello studio ........, tanto è morto da poco e nessuno lo conosceva")

RISPETTO
C'è ancora bisogno di ricordare che le persone, tutte, vanno trattate con rispetto?
Eppure, non la pensa così quel collega che chiama, facendosene anche vanto, la praticante con un nome maschile.
Qui, però, avrebbe gioco facile la psicanalisi, visto che quando era praticante lui, veniva chiamato con un nome femminile e non aveva il coraggio di ribellarsi.
Oppure c'è quella capo studio, che forse comparirà anche nella pruriginosa categoria "Sex", che appella i propri praticanti con simpatici appellativi del fallo o, al massimo, con il termine "cosino".
Ma forse è anche mancanza di rispetto quella del praticante che irrorava di liquido giallastro le piante gelosamente coltivate dalla capo studio, come pure è totale assenza di rispetto quella del capo studio che si faceva accompagnare per lo shopping e faceva rimanere i praticanti in macchina, anche ore, per non pagare il parcheggio.
Ma più di tutti, in questi anni, mi è sembrata mancanza di rispetto quella del capo studio, le cui gesta  peraltro compariranno in numerose categorie, che non amava aprire, per nessun motivo ed in nessuna stagione, i finestrini della macchina ma che si compiaceva poi, in presenza dei passeggeri-praticanti, per le sue rumorose quanto odorose flatulenze.   
E dopo questa perla, nonostante la categoria Rispetto meriti una più adeguata trattazione, passiamo ad una nota ancora più dolente


RETRIBUZIONE
Che i praticanti debbano essere retribuiti lo prevede il codice deontologico.
Al riguardo, la nomenklatura che governa la categoria, sempre pronta a dispensare severe reprimende se qualche giovane prova a sporgere il capo fuori dal loculo che gli è stato attribuito, non ha mai adottato alcuna sanzione a carico di chi non adempia a quel preciso dovere deontologico.
Intendiamoci: retribuzione non significa stipendio, non significa "così campo alle tue spalle", non vuole neppure dire "ho trovato lo scemo che mi mantiene".
Io, nella mia visione del mondo, parlerei di "incentivo" allo svolgimento della professione e di premio di "inserimento" nel mondo della avvocatura.
Questo, nel rispetto ovviamente sia delle disponibilità economiche del capo studio che del lavoro effettivamente svolto dal praticante.
Forse, però, in attesa che il mondo migliori, sarebbe il caso di evitare quei casi nei quali il capo studio chiede denaro al praticante "in fondo ti faccio occupare una mia stanza", oppure pretende percentuali da usura (fino al 70-80 %) sulle pratiche personali che il praticante chiede di poter seguire.
Come pure è un curioso mix di insegnamento-rispetto-retribuzione quel diktat del capo studio che impedisce ai propri praticanti di avere cause proprie e pretende di avere solo il suo nome in procura, con relativi integrali emolumenti. ("In caso contrario, sai qual'è la porta")
Ma forse non costituisce neppure un esatto principio di (auto)retribuzione quella del praticante che fa lo sgrunfo sul fondo cassa o che adduce spese mai sostenute per essere rimborsato.

Come pure, ma l'aneddotto meriterebbe un migliore riscontro, non costituisce compenso quella disavventura del praticante che, autorizzato ad utilizzare l'auto "padronale" per recarsi in un Tribunale del circondario, volle prima recarsi sotto casa della fidanzata (ad pompam vel ostentationem) ma, nel salire a chiamarla, pensò bene di lasciare la macchina incustodita e farsela fregare...

E poi e poi e poi...
 
Responsabile ABCmediazione
Avv. Alberto Filippini


mercoledì 6 aprile 2011

Una possibilità di lavoro per i giovani legali?

Una notizia ed un dato, apparentemente scollegati, potrebbero forse trovare una giusta lettura:
I Giudici di Pace ed i Magistrati Onorari hanno indetto uno sciopero, l'ennesimo peraltro, nella settimana dal 4 all'8 aprile 2011. Questa è la notizia.
I Giovani praticanti, anche se abilitati al patrocinio, ma più in generale i laureati in Giurisprudenza, faticano terribilmente ad entrare nel mondo del lavoro e, oltretutto, i loro primi anni di lavoro sono spesso fonte di grandi sacrifici, anche economici, e quasi nessuna gratificazione, sia essa di natura formativa o retributiva.
Questa, purtroppo, non è più una notizia ma un dato di fatto.
 
Per capire il nesso tra questi due elementi, bisogna forse fare una premessa:
Quando è stata istituita la qualifica del Giudice di Pace, il Legislatore aveva pensato:
prendo dei soggetti che abbiano già svolto attività lavorativa, abbiano dunque già un trattamento pensionistico, ogni cinque anni ne trovo degli altri, li pago molto meno dei magistrati ordinari e faccio funzionare il sistema.
Quando il Legislatore ha scelto i Giudici onorari, in tutte le loro diramazioni, ha più o meno fatto lo stesso ragionamento, anche se si trattava perlopiù di giovani.
In questo caso, si tratta di contratti precari che non danno diritto ad alcun diritto pensionistico od altre "amenità" quali malattia, maternità etc.
Anche per loro, il criterio era il medesimo: durano cinque anni, li prendo senza concorso e ne trovo subito altri, mi costano molto meno dei magistrati togati e mi smaltiscono il lavoro.
 
Cosa è successo invece?
Che le persone che svolgevano queste due attività, per logica e diritto di natura temporanea, sono state - su loro richiesta - prorogate, rinnovate, confermate e si è arrivati ai giorni nostri che vi sono soggetti che svolgono queste mansioni da oltre quindici anni.
Si sono associate, sindacalizzate e si è quindi passati dal:
grazie che mi hai dato un lavoro per cinque anni a
mi devi stabilizzare e riconoscere tutte le indennità che spettano ai Giudici se no sciopero.
Le lamentele di entrambi sono le stesse:
lavoro come e più di un magistrato togato e non ho i suoi diritti, ergo me li devi riconoscere.
 
Ci si dimentica, però, di ricordare che:
a) si tratta di soggetti assunti senza alcun concorso o criterio di trasparenza:
b) sono soggetti che, quando hanno chiesto di poter svolgere quell'incarico, hanno accettato sia di percepire una determinata retribuzione onnicomprensiva, sia di dover svolgere l'incarico per un periodo limitato, necessario ai più giovani per fare una esperienza e cercarsi un lavoro e, per i più anziani, per impiegare il tempo percependo qualche cosina in più della propria pensione.
c) le proroghe che ci hanno portato fino a oggi non sono state chieste dal Ministro ma dai singoli soggetti, che comunque percepiscono delle somme che altrimenti, evidentemente, non percepirebbero
Questi principi cardine della vicenda sono oggi totalmente occultati nel dibattito e celati al momento della esposizione delle ragioni dello sciopero.
 
Cosa c'entrano i giovani legali in tutto questo?
Beh, e se noi, definitivamente, archiviassimo la filosofia: Giudici di Pace - pensionati ed introducessimo quella: Giudici di Pace - giovani laureati, magari giusta adeguata selezione MERITOCRATICA?
In questo caso, il lavoro rigorosamente a termine di cinque anni, consentirebbe ai giovani laureati di entrare nel mondo del lavoro con una retribuzione, di realizzare delle esperienze formative importanti e di poterle poi spendere nella attività che decideranno di fare, senza assillo di una immediata mancanza di denaro.
Possibile obiezione:
ma che esperienza hanno i giovani laureati per fare i Giudici di Pace?
Risposta:
è preferibile che svolga questa funzione un soggetto che ha appena studiato alcune materie ed ha una mente elastica od uno che per trent'anni ha svolto altre mansioni ed ha sessanta (o più) anni?
Altra obiezione:
che credibilità ha, per amministrare la Giustizia, un giovane laureato davanti alle parti?
Risposta in automatico:
Perchè? Che credibilità ha, attualmente, un giovane Giudice onorario che addirittura amministra la Giustizia in Tribunale, per cause decisamente più rilevanti?
 
Io credo che, in questo modo, il Sistema potrebbe funzionare meglio, con buona soddisfazione di tutti e con immotivate recriminazioni da parte di chi da tanti anni, oggi, gode di retribuzioni spesso doppie, come i Giudici di Pace che sommano la pensione alle somme percepite per questo lavoro.
Soprattutto, l'inserimento graduale e retribuito nel mondo del lavoro dei giovani, andrebbe a risolvere un ormai atavico problema diventato, appunto, una triste realtà.
 
Previsione:
Si farà mai?
mmmmmmmmm
 
Buona giornata a tutti, scioperati e no
Responsabile ABCmediazione
Avv. Alberto Filippini